Percorsi Archeologici

guida virtuale dei siti archeologici campani

a cura di Elettra Civale
letto 259 volte

 



    Elettra Civale, archeologa
    è nata a Maiori nel 1981. Ha conseguito la licenza liceale nel 1999 presso il liceo di Amalfi "E. Marini" e la laurea in archeologia nel 2006 con il massimo dei voti presso l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, discutendo una tesi in chimica per i beni culturali dal titolo "La villa romana di Minori: analisi preliminare all’intervento di restauro".

    Dopo varie campagne di scavo nell’area archeologica di Pompei con equipe italiana e spagnola, ha frequentato per un anno un master post laurea di II livello presso l’Università di Siena, dove ha avuto la possibilità di apprendere nuove tecnologie applicative al campo dell’archeologia come le indagini geofisiche e i sistemi G.I.S. Ha svolto vari stage anche all’interno della soprintendenza di Salerno rivolti soprattutto al settore del restauro. 

    Fa parte del Gruppo archeologico salernitano e collabora con la sovrintendenza archeologica di Salerno. Nel tempo libero si dedica alla lettura, allo sport e al teatro.


 

La Badia di S. Maria Olearia


 

Lungo la statale SS 163 che da Salerno porta fin dentro il cuore della Costiera, a pochi passi dal promontorio di Capo d’Orso, si intravede addossata alla roccia, in una cavità naturale quasi nascosta, la Badia di S. Maria Olearia.
Da lontano, a chi passa sfuggente, da l’impressione di essere solo un agglomerato abbandonato di case sparse; e nessuno starebbe lì a pensare che quelle mura celano all’interno uno dei complessi monastici più preziosi  di architettura e di pittura del primo Medioevo nel ducato di Amalfi.
I continui rimaneggiamenti e la mancanza di indagini archeologiche accurate non ci forniscono dati certi circa la strutture originali e le fasi cronologiche di vita del complesso.
Dall’ “Istoria della città e della costiera d’Amalfi” dello storico Camera possiamo apprendere che la Badia fu fondata nel X secolo (ca. 950 – 1000 d.C.) da “un umile romito” che si era andato a riparare in un antro “tetro e profondo” per condurre una vita di preghiera e di penitenza (si potrebbe citare la famosa sententia “ora et labora”). L’eremita di nome PIETRO non era di origini amalfitane bensì di provenienza calabrese, ed era accompagnato dal nipote fanciullo Giovanni. Entrambi condussero una vita solitaria vendendo manufatti intrecciati. Con la loro venuta venne edificata anche un’edicola in onore di “Santa Maria de Dolearea” facendo riferimento anche al toponimo caratterizzante l’area; infatti tutta la fascia montana e pedemontana tutt’oggi è caratterizzata dalla coltivazione della pianta dell’ulivo.
Con la morte di Giovanni, il romitorio cominciò ad essere frequentato da un numero sempre maggiore di eremiti. L’insediamento nativo non è leggibile a causa delle le fasi di vita posteriori; i successivi rimaneggiamenti, anche al di fuori della grotta, furono realizzati dalle comunità successive; né una descrizione dettagliata del complesso e dei motivi ornamentali può portare a conclusioni certe circa la sua storia.
Il complesso si trasforma in un cenobio, di cui il primo abate fu un certo TAURUS; nel 1088 il complesso fu donato dal papa in dotazione all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’Tirreni, divenendo centro importante per la latinizzazione delle chiese bizantine del Meridione.
La struttura è formata da tre livelli sovrapposti costituiti da tre cappelle: al primo livello, quello più basso, internamente nella roccia, c’è l’ambiente probabilmente più antico di tutta la struttura e che prende il nome di “Cripta o Catacomba”. L’ambiente probabilmente fu voluto dal fondatore Pietro, e deve il suo nome all’uso che ne fu fatto con i monaci che la adibirono a celle e a camera funeraria. Nella parete orientale dell’anticamera della Cripta si possono osservare gli affreschi meglio conservati di tutto il complesso: “la Vergine coi Santi”. Alla destra della figura della vergine un santo barbuto che indossa una tunica bianca con clavi rosse e un mantello giallo, e a sinistra un Santo in armi. All’interno della cripta si possono vedere tre figure con aureola, di cui non si conservano le tracce dello scalpo. Sono state interpretate in seguito come Cristo con ai lati San Giovanni Battista ed Evangelista. Nell’abside centrale si nota un’immagine di Cristo in tunica bianca e mantello color oro attorniato da due angeli in abiti bizantini.
Da qui parte una rampa che porta alla terrazza antistante la Cappella Principale. Questo spazio ospita la maggior parte degli affreschi relativi all’età di vita più tarda del complesso e ha una pianta con volta a croce e spazi secondari con volta a botte. La volta a croce presenta una cornice centrale, in cui forse, vi era un’immagine di Cristo. All’interno della cappella ci sono le raffigurazioni dell’”Annunciazione”, “la Visitazione”, ”l’Adorazione dei re Magi”, “il Primo bagno di Gesù con due levatrici” e altre scene della vita di Gesù, fino alla crocifissione. La scena dell’annunciazione è stata deturpata dall’apertura di una finestra ma le figure principali sono perfettamente leggibili. Al di sotto delle scene narrative si vedono figure di Santi. Sulla volta si staglia un tondo che forse conteneva l’immagine di un Cristo pantocratico; dalla volta a crociera verso il tondo ci sono quattro angeli, le cui figure presentano lacune. Due arcangeli, inoltre, si intervallano negli spazi della volta agli evangelisti. Nei punti di raccordo della volta con la muratura ci sono le figure di Profeti del vecchio testamento.
In cima c’è l’ultima cappella,che si raggiunge sempre da una rampa dalla terrazza antistante alla cappella principale, quella denominata di San Nicola, con affreschi relativi al ciclo della vita del Santo.
Al suo esterno, si osserva un medaglione con “La mano di Dio”, e rivolte al medaglione due figure di Angeli osannanti. Nell’abside della cappella è raffigurata l’immagine della “Vergine Maria con il Bambino”, e alla sua destra San Paolino e alla sinistra San Nicola (identificati dall’iscrizione sottostante; entrambi recano in mano un libro e indossano abiti vescovili. Sull’arco dell’abside si vede San Giovanni Evangelista  e San Giovanni Battista. L’abside è orientata a nord, mentre a sud si apre una finestra. Nel ciclo di affreschi c’è anche “Storia di Mare”, in cui si vede San Nicola che salva tre uomini dall’esecuzione; “San Nicola appare a Costantino” e “San Nicola appare ad Abalabio”. Nonostante le grandi lacune si ha la percezione che l’ambiente doveva essere completamente affrescato.
Le pitture non hanno toni chiaroscurali, l’utilizzo del color oro nega ogni accenno allo spazio naturalistico e i personaggi appaiono inondati da una luce frontale che li immobilizza nelle loro posture. L’ispessimento del segno di contorno sta a delineare quanto fosse importante per l’esecutore delle pitture l’intento naturalistico e quindi l ‘abbandono della bidimensionalità.
Il ciclo delle pitture di San Nicola sono appartenenti al secolo XI, mentre le più recenti sono quelle della Cappella Principale che si possono ricondurre al XII secolo.
 
 

 

 © Copyright Il Foglio Costa d'Amalfi - Tutti i diritti riservati

vai su